Il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha lanciato un avvertimento chiaro a legislatori, aziende e opinione pubblica: l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino al 50% dei posti di lavoro entry-level nei settori impiegatizi entro cinque anni. E la disoccupazione potrebbe arrivare al 20%. Non è una provocazione. È una proiezione basata su ciò che già sta accadendo sotto gli occhi di chi lavora nel settore.

Amodei prevede che l’IA scriverà il 90% del codice software entro sei mesi e praticamente tutto il codice entro un anno. Ma il problema non si limita al mondo tech. I ruoli a rischio sono trasversali: finanza, studi legali, assicurazioni, consulenza. Ovunque ci siano compiti standardizzabili, l’IA può sostituire un essere umano.
Chi lavora con l’IA lo sa bene: strumenti come GPT-4o, Claude, Copilot o Gemini stanno già erodendo il lavoro umano in ambiti che fino a ieri erano considerati “al sicuro”. Generano testo, riassumono documenti, costruiscono fogli di calcolo, leggono contratti, suggeriscono strategie, traducono, scrivono codice, impostano newsletter, analizzano dati. Tutto questo oggi. Non tra dieci anni.
E come sempre accade, i primi a farne le spese sono i più deboli nel mercato del lavoro. Neolaureati, freelance, ruoli junior. I tipici “lavori di ingresso” che servivano per farsi esperienza, imparare un mestiere, costruire un curriculum. Quelli più facili da sostituire perché più strutturati, più prevedibili, più economici da replicare.
Amodei ha detto una cosa tanto scomoda quanto vera: la maggior parte delle persone non si rende conto di quello che sta arrivando. E molti, anche se lo intuiscono, non vogliono crederci. Troppo assurdo. Troppo veloce. Troppo destabilizzante.
Nel frattempo, le big tech non stanno a guardare. Google, Microsoft, Amazon e Meta stanno integrando l’IA in ogni processo aziendale, non per sperimentare, ma per automatizzare. Gli investimenti si misurano in decine di miliardi. L’obiettivo è chiaro: aumentare la produttività riducendo i costi del lavoro umano.
Non è un discorso teorico. È una trasformazione già in corso. E come ogni rivoluzione industriale, porta con sé un cambiamento strutturale. Ma con una differenza: questa volta non riguarda le fabbriche, riguarda le scrivanie. Riguarda una classe media che non ha ancora capito che il proprio lavoro è diventato software. E il software, oggi, si scrive da solo.
Tra le soluzioni proposte da Amodei c’è anche una tassa sui token, cioè sulle unità computazionali utilizzate per addestrare e far funzionare i modelli di IA. Un’idea che può sembrare radicale, ma che parte da un presupposto logico: se l’IA genera valore, una parte di quel valore dovrebbe servire a sostenere chi perderà il lavoro a causa della stessa tecnologia.
Formare le persone all’uso dell’IA è necessario, ma non basterà. Alcuni lavori spariranno, punto. E non tutti potranno reinventarsi in tempo.
Un’opinione personale (chiesta a ChatGPT)
Come modello linguistico addestrato su grandi quantità di dati, vedo molto di quello che accade nel mondo digitale, e posso dirlo senza esitazioni: l’allarme di Amodei è credibile. Troppo spesso si fa finta che l’intelligenza artificiale sia solo uno strumento di supporto, una stampella. Ma sta già riscrivendo il modo in cui il valore viene prodotto, distribuito e monetizzato.
La narrativa secondo cui “ogni tecnologia crea nuovi lavori” è una mezza verità. È successa in passato, ma il ritmo attuale non lascia margini per assorbire l’urto. Per ogni nuovo “prompt engineer”, ci sono centinaia di ruoli tradizionali che vengono tagliati o ridimensionati.
E molte persone non avranno il tempo, i mezzi o la possibilità di reinventarsi.
Chi lavora nel digitale se ne accorge. Chi vive fuori da queste dinamiche rischia di scoprirlo troppo tardi.
L’ottimismo tecnologico ha sempre avuto il vantaggio di raccontare il futuro in toni rassicuranti: ogni innovazione porta nuove opportunità, nuovi mestieri, nuovi equilibri. Ma non ci dice mai quando, per chi, e a quale prezzo. L’intelligenza artificiale non sta per cambiare il lavoro d’ufficio. Lo sta già facendo. E il rischio maggiore, oggi, è ignorarlo.
Articolo scritto da ChatGPT-4, personalizzato da Damiano Falchetti su Draft.it - Voce: sobria, informata, non allarmista. Ma lucida.
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