Un'indagine sui designer italiani

di Stefano Torregrossa e Damiano Falchetti

Designers’ Inquiry è un progetto-inchiesta del Cantiere per pratiche non-affermative, un’indagine oggi giunta a conclusione sul profilo sociale ed economico di chi oggi si definisce “designer”, intendendo con questa parola un ampio raggio di competenze spesso sovrapposte (grafica, prodotto, web, animazione, moda, illustrazione, architettura, ricerca, ecc…).
Il progetto portato avanti nel corso del 2012 attraverso un questionario anonimo, ha coinvolto 767 designer raccogliendone dati e testimonianze.

L’inchiesta Designers’ Inquiry ha preso forma nel variegato e vasto mondo della comunicazione visiva cercando di darne da un lato una fotografia delle condizioni di vita e di lavoro dei designer in Italia, e dall’altro di dare il via ad un dialogo, ad un’autoriflessione sulla professione.
Influenzate dal modello della conricerca, le 78 domande elaborate nell’indagine hanno tentato di coinvolgere i partecipanti in una riflessione sulla propria condizione, aprendo così la strada, di fronte ad analoghe situazioni di conflitto e malessere, a possibili cooperazioni e lotte comuni.
Un primo “passo collettivo” è stato fatto già nelle successive fasi dell’inchiesta: la valutazione dei dati e la loro elaborazione (concettuale, visiva e verbale) sono state sviluppate pubblicamente tramite workshop aperti a cui hanno partecipato diversi designer interessati al progetto. Obiettivo a lungo termine della Designers’ Inquiry è di continuare a produrre strumenti di analisi e soprattutto di azione condivisi, che mirano ad intervenire sullo stato presente delle cose.

I risultati dell’indagine


_Approfonditi da Stefano Torregrossa_

Profilo

Il profilo del designer medio è ben definito: ha tra 26 e 30 anni, non ha figli, ha un background di formazione universitaria di primo o secondo livello (in totale, 66%).
Nessuno dei due genitori faceva un lavoro legato alla creatività o alla comunicazione. Vive in affitto (42%) o in una casa di proprietà dei genitori o del partner (38%), mentre pochissimi (16%) possono permettersi una casa di proprietà. Lavora in una grande città (42%), principalmente nel nord Italia (66%).

Contratto

Il 41% dei designer sono liberi professionisti a Partita IVA; se a questi aggiungiamo i titolari di studio, la percentuale supera il 50%. Vuol dire che un designer su due si è assunto il rischio d’impresa e le difficoltà nel gestire un lavoro precario e in costante lotta con clienti, prezzi, sicurezza economica.

I dipendenti sono il 22% (29% se contiamo gli stagisti): di questi, solo un quarto (25%) ha un contratto a tempo indeterminato. Tutti gli altri si dividono tra co.co.pro (27%), tempo determinato (13%), apprendistato, tirocinio formativo e così via. Anche qui è facile percepire la drammatica situazione lavorativa italiana: tre dipendenti su quattro vivono in condizione di precariato.

In media, la maggior parte dei designer (42%) lavora tra 35 e 55 ore a settimana – cioè, tra le 7 e le 11 ore al giorno.

Soldi

Il reddito medio mensile si aggira intorno ai 1000 euro (17%), con alcune preoccupanti percentuali al ribasso – ad esempio, ben il 16% dichiara di guadagnare meno di 5000 euro l’anno, circa 500 euro al mese. Se pure lo stipendio viene pagato mensilmente (28%) o a fine progetto ma in ritardo (20%), più della metà non si vede riconosciuta lo straordinario (56%).

Il risultato? L’autonomia economica è un miraggio. Solo 1 designer su 5 riesce appena a far quadrare il bilancio. Il 34% chiede aiuto a familiari, il 15% deve prelevare da risparmi pregressi e quasi l’11% ha aperto mutui o fatto debiti per mantenersi.

Uno su tre lavora il doppio – Tra i partecipanti, chi si considera “designer” riesce in larga parte a lavorare nel proprio campo di pertinenza (sia come libero professionista che come dipendente) ma per più di un terzo è necessario arrotondare lo stipendio svolgendo altri lavori.
Tra seconde occupazioni e prestazioni occasionali i progettisti, fuori dall’orario di lavoro, si danno da fare nei campi più disparati.
Il ricatto della partita IVA – Circa il 40% dei designer ha aperto almeno una volta la partita IVA, e tra questi è alta la percentuale (il 33%) di persone che l’ha fatto su richiesta (più o meno diretta) dello studio presso il quale lavora o lavorava. Questo dato, confrontato con le percentuali relative ai tipi di contratto, ci indica che probabilmente molti progettisti con la partita IVA lavorano in uno studio secondo modalità tipiche del lavoro dipendente (orari fissi, ferie programmate, lavoro in sede) ma senza usufruire delle relative tutele a cui avrebbero diritto (stipendio regolare, maternità, malattia, eccetera).

Mi capita di arrotondare facendo il barista, l’imbianchino, l’operatore sociale, il portiere notturno, il magazziniere

Soddisfazione

A fronte di una scarsa soddisfazione economica, sembra che il lavoro del designer renda felici. Oltre il 70% è “molto appassionato al proprio lavoro”; purtroppo, quasi la stessa percentuale dichiara di essere abbastanza o poco gratificata rispetto alle proprie ambizioni; e il 50% del totale è delusa dalle proprie condizioni di lavoro attuali.

Ambiente Di Lavoro

Più di un designer su tre lavora sia a casa che in ufficio. Molto spesso (25%) lavora mentre mangia, e ancora più spesso (39%) lavora fino a notte inoltrata. Le vacanze sono un lusso che si fatica a non concedersi: il 45% va in ferie una volta, il 26% addirittura due, e la vacanza dura non meno di 10 giorni (31%).

Avere lo studio nella stessa casa in cui si vive molte volte diventa claustrofobico

Stress (44%), mal di schiena (39%) e problemi alla vista (26%) sono le patologie più diffuse tra i designer. Molti fanno uso di caffé o energy drink (in totale 74%).

Mamme Designer

Neanche fossimo in pieno Medioevo, il fatto di essere donna o volere dei figli sembra ancora attuare una certa discriminazione sul luogo del lavoro: perché non si è abbastanza competitive sul mercato, o perché non si riesce a garantire una dedizione al progetto senza limiti di tempo ed energia. Non a caso, il 29% degli intervistati non riesce a conciliare famiglia e lavoro, e ben il 40% rimanda il fatto di avere figli a tempi migliori.

La Figura Del Designer

Quasi l’80% dei designer crede che la società comprenda poco o per niente il nostro lavoro in termini di ruolo e operato. I commenti sono in questo senso illuminanti: “Tutta la parte creativa e di ideazione spesso non viene considerata lavoro perché non tangibile come quella di un operaio” oppure “Troppe volte veniamo trattati come l’ultima ruota del carro. Quella del designer non è ancora vista come una figura lavorativa cardine nel complesso lavorativo”.

Allo stesso modo, la nostra percezione della categoria è preoccupante: c’è molta o abbastanza competizione tra designer (66%), ma quasi il 70% non conosce nessuna associazione di categoria; i pochi che rispondono citano giusto AIAP e ADI.
Il 90% non fa parte di gruppi o sindacati e non è informato sui propri diritti (poco o per niente: 70%).

Un’anteprima dei dati



Il report completo dell’indagine è disponibile su pratichenonaffermative.net/inquiry

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