Matteo Cuccato ci svela la sua illustrazione

Conosco Matteo (virtualmente, s’intende), da un po’ di tempo. È ancora giovane, se vogliamo (classe 1984) ma ha uno stile che adoro: evocativo e ipercromatico quando può, didascalico o ironico quando serve, sempre personale nel tratto e nelle colorazioni. Come scoprirete leggendo quest’intervista, si diletta anche di graphic design, musica, fotografia e video. Ma è nell’illustrazione, a mio parere, che sta il suo punto forte. Sul suo sito trovate parecchie info e lavori, fateci un giro.

Ciao Matteo. Illustratore, graphic designer, fotografo, videomaker, musicista. Chi sei davvero?

Ciao Stefano, prima di tutto grazie per l’intervista, mi fa davvero piacere rispondere alle tue domande essendo io un assiduo follower del tuo blog e dei tuoi lavori! Tornando alla domanda, ti confido che per molti anni è stato un quesito assillante anche per me. Poi ho capito come la contaminazione di tutte queste discipline mi porti ad essere quello che alla fine realizzo nei miei lavori.

Il percorso formativo che ho affrontato mi ha messo davanti diversi modi di affrontare la creatività, dagli studi di viola e violino al Conservatorio di Bolzano ho imparato forse a gestire anche il ritmo e il colore nelle composizioni grafiche e nelle illustrazioni, il Liceo Artistico e la Facoltà di Design e Arti mi hanno aiutato poi a sviluppare la tecnica e il metodo per esprimere in modo più ragionato le mie composizioni.

La fotografia e il video sono miei due grandi passioni ma che avrebbero bisogno di molto più investimento (tempo, energie, apparecchiatura…) per potersi sviluppare pienamente. Credo che il filo conduttore tra tutte queste discipline comunque sia la voglia di raccontare e comunicare che probabilmente guida il mio modo di pensare e di affrontare la vita di tutti i giorni.

Quand’è iniziata la tua passione per l’illustrazione?

Mi piace sempre ricordare questo aneddoto perché lo considero forse la svolta in quello che è poi stato il mio percorso: fin da piccolissimo ho sempre disegnato, mia madre e mio padre hanno sempre incentivato questa passione e spesso disegnavano insieme a me nelle gelide domeniche invernali bolzanine.
Ricordo il disegno di un leone (il mio animale preferito all’epoca!) realizzato da mia madre che per qualche strano motivo ho voluto ricalcare e spacciare come opera mia mostrandolo appunto ai miei genitori. Il disegno fu appeso in bella vista e mostrato a tutti gli zii, nonni, cugini ed amici che di volta in volta venivano a farci visita…

Credo quindi che la mia passione sia nata più per senso di colpa e poi sviluppata negli anni grazie ai film Disney e poi Pixar, fino all’incontro con Hannes Pasqualini ed Armin Barducci che, in veste di insegnanti della scuola di fumetto, mi hanno fatto conoscere tutta una nuova serie di linguaggi visivi, stili e autori che non avevo mai esplorato. Nel calderone della contaminazione visiva subita negli anni, credo che in questo ultimo periodo io stia riuscendo a distillare l’essenza di tutte queste influenze sviluppando uno stile personale (lo dico sottovoce,però!)

Qual’è stato il tuo percorso di studi?

Come ti accennavo prima ho studiato per 10 anni musica tra Istituto Musicale e 5 anni di viola e violino al Conservatorio, parallelamente frequentavo il Liceo Artistico Sperimentale ad indirizzo grafico visivo che mi ha introdotto al mondo della comunicazione visiva. Dopo la maturità mi sarebbe piaciuto studiare scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze ma, per una serie di motivi, ho optato per Design e Arti alla Libera Università di Bolzano, dove ho conosciuto Hannes Pasqualini che ha risvegliato in me la sopita passione per il fumetto.

Con lui e Armin Barducci ho completato il corso di fumetto, partecipando anche a diverse pubblicazioni della ahimè defunta rivista Monipodio! che è stata un po’ il mio lasciapassare per entrare a far parte del vero mondo del fumetto italiano, permettendomi di entrare in contatto con professionisti di tutta Italia.

E adesso, lavori da freelance?

Adesso, dopo un’esperienza di quattro anni presso l’ufficio grafico di Canevaworld/Movieland Park – che è stata una vera e propria palestra per me – sto cercando di potenziare quella rete di contatti che negli anni sono riuscito a creare, cercando di concretizzare il più possibile quelle che sono le opportunità che si presentano.
Il periodo di Caneva mi ha permesso di affrontare una vera e propria full immersion lavorativa, ho affrontato i più disparati campi della grafica, dalla comunicazione dinamica alle campagne pubblicitarie attraverso i vari media (tv, web, grande e piccolo formato), dal packaging al delicato trattamento del food, e poi mascotte, gadget, scenografie e anche costumi, oltre ad interfacciarmi con un serie infinita di committenti diversi e con le più disparate necessità, il tutto senza mai scontentare la proprietà…

Ti confesso che ci sono stati momenti di vero e proprio delirio ma credo di aver sviluppato una notevole resistenza alle revisioni e alle modifiche! Parallelamente al lavoro, con il collettivo Dr.Ink pubblichiamo ogni anno un volume di illustrazione, una sorta di “manuale” su come affrontare diverse situazioni. L’anno scorso è stato il turno di “Come crescere un robottone felice (ed evitare di distruggere il mondo)”, un tripudio di cartotecnica e robot anni ’70/’80. Quest’anno invece siamo in uscita con “Deus Ex Libro: mortali si nasce, divini si diventa” un manuale per scampare all’imminente fine del mondo diventando una vera e propria divinità!

Quali sono i tuoi illustratori di riferimento?

Sono davvero una lista lunghissima, anche perché con internet e le varie piattaforme di social network non si finisce mai di scoprire qualcosa di nuovo. Sono sicuramente un appassionato di Chris Ware e di tutte le sue incredibili pubblicazioni, rimanendo legati al mondo del fumetto posso mettere in lista Alessandro Barbucci, Juanjo Guarnido, Dave Mc Kean, Jamie Hewlett, Craig Thompson, Charles Burns, Paco Roca, Alfred, David Rubin, Gipi, Manuel Fior, Squaz, Alberto Corradi (posso andare avanti all’infinito eh!). Poi ci sono quelli prettamente legati all’illustrazione come Mc Bess, Nathan Jurevicius, Gary Baseman, Jeremy Fish, Mark Gmehling, il collettivo Phunk Studio e in generale tutti quelli che circolano intorno al fenomeno Pictoplasma attraverso il character design e gli art toys.

Come trai ispirazione per i tuoi lavori?

Se sono lavori personali, il più delle volte nascono dalla necessità di scaricare lo stress e il nervosismo relativi all’attuale situazione che stiamo vivendo. Non mi riferisco solo alla crisi economica e al modo in cui ci siamo arrivati, ma anche ai comportamenti delle persone, allo scarso interesse per il nuovo e all’apatia generale che sembra ci stia soffocando come un nebbione della bassa veronese.
A volte disegno anche per esorcizzare certi miei stati d’animo (come la serie floating words), mi sono sempre accorto che per scaricare le preoccupazioni basta non farle svolazzare in loop nella mente e, ancora meglio, spiaccicarle su un bel foglio come nota scritta per trasformarla poi in immagine.

C’è sempre qualcosa di magico tra il momento in cui le cose sono perfettamente chiare nella tua testa e poco dopo si sono trasferite su carta. Credo che la cosa difficile nel saper disegnare non sia tanto il gesto tecnico in sé, ma la capacità di immaginare un’immagine completa nella propria mente.

Come lavori ad un’illustrazione? Parti con carta e penna o direttamente a computer?

Sei un tipo da disegno vettoriale, o prediligi ancora il disegno a mano?
Tasto dolente! Mi si è appena fulminata la Cintiq… Per motivi di spazio ho optato per una soluzione digitale, anche perché fin da quando ho acceso il mio primo 486 DX2 a 66 MHz (33MHz + il turbo) ho subito cercato inconsciamente di trasferire la mia passione su quel mezzo. Ricordo che esisteva un programma per creare i cursori animati del mouse (Microangelo, mi pare) e che passavo interi pomeriggi rubati alla fanciullezza per realizzare animazioni in una griglia 32×32 pixel!
Un mio grande desiderio sarebbe quello di partecipare ad un Master di Big Rock sull’animazione digitale, ma il tempo è più che tiranno ed è dura trovare addirittura ventidue settimane libere.

Generalmente il mio workflow è questo: disegno in Photoshop con la Cintiq (o su Moleskine se non sono al Mac), creando un livello di sketch e successivamente uno con il clean up delle matite. Poi passo ad una inchiostrazione in vettoriale con Illustrator. Questo mi permette di avere una serie di vantaggi, il primo la possibilità di aggiustare e modificare facilmente un lavoro; poi, dal punto di vista della colorazione il Live Paint mi evita ore di sessioni di tinte piatte in Photoshop e mi assicura che non ci siano campiture vuote tra inchiostro e colore che in stampa mi farebbero gridare all’apocalisse.
Come terzo vantaggio, ammetto di avere una dipendenza dal comando extrude/revolve 3D di Illustrator… nel volume sui robottoni per Dr.Ink ne ho abusato!

Qual’è il lavoro di cui vai più fiero?

Sempre l’ultimo che realizzo, sperando di non aver fatto peggio della volta prima! Mi stanco facilmente dei lavori passati e spesso vado in crisi per questo, soprattutto se nel frattempo ho fatto un giro su Behance… Oggi posso dirti: le illustrazioni ed i pattern per il nuovo volume di Dr.Ink!

Toglimi una curiosità: esistono clienti che contattano direttamente un designer per un lavoro d’illustrazione, o la maggior parte delle commissioni ti arrivano da agenzie?


Mi è capitata sia l’una che l’altra situazione, ma ti posso confermare che è più frequente che un’agenzia ti contatti per il lavoro di un loro cliente. Ho avuto contatti diretti solo con realtà con le quali avevo già collaborato magari in veste di grafico, il più delle volte si passa da una società che cerca un tipo di soluzione vicina al tuo stile e alle tue capacità.

Altra domanda impertinente: si può campare di sola illustrazione?

Ci spero! Attualmente sto cercando di spingere più su questo campo sperando di riuscire a giocarmi qualche possibilità. Vediamo come va il nuovo libro: quello dell’anno scorso ha avuto un riscontro fantastico anche tra gli addetti ai lavori ma era troppo complicato da produrre in serie, vediamo se questo ci aprirà nuove porte. Ho molti colleghi che riescono a vivere solo con il lavoro di illustratori: chiaramente la strada è lunga e tortuosa e la concorrenza è agguerrita, ma sappiamo bene che – anche nel campo della grafica – il panorama non sia più roseo!

Se il graphic designer è visto come uno smanettone di Photoshop con l’hard disk carico di font, temo che la percezione del mestiere e del valore di un illustratore sia ancora peggiore…

Per esperienza personale mi sentirei di dirti il contrario: il vero problema sta appunto nella percezione che si ha del nostro lavoro. Un’illustrazione, agli occhi del cliente, è un lavoro più tangibile e artigianale rispetto alla comunicazione. Quando cerchiamo di convincere il cliente che scrivere metà frase in italiano e metà in inglese sperando di farsi capire un pò da tutti sia profondamente una minchiata (sì: mi è successo!), stiamo dando un’informazione che, oltre che da una buona dose di buonsenso, deriva dall’esperienza e dalla preparazione nel nostro campo.

Agli occhi del cliente però sono solo parole e lui, insomma, ha pagato perché tu stia seduto al tuo bel computer a disegnare fino a che le modifiche non saranno finite no? Il vantaggio dell’illustrazione sta nel fatto che il cliente ti chiede degli elementi specifici: il grado di percezione visiva è semplificato – poiché ci troviamo di fronte a del materiale prettamente iconico il più delle volte – ed è più semplice che chi ti paga ti abbia scelto per certe caratteristiche stilistiche legate al tuo lavoro. Tutto questo, ovviamente, in teoria!

Cosa consiglieresti a chi vuole trasformare una passione come la tua in un lavoro?

Di andare a lavorare alle Poste! Tornando seri… la strada è difficile come in ogni disciplina creativa. Un po’ per lo scarso credito che la società attuale attribuisce alle nostre competenze e alla nostra preparazione teorici, ma soprattutto perché oggi tutti si sentono professionisti – grazie anche a quei “meravigliosi” reality sulle varie professioni che ci propinano in ogni salsa svuotando l’iter creativo di qualsiasi senso logico e profondità, e lasciando una visione della nostra professione (o di qualunque altro campo creativo come la cucina, il canto, la danza, il design e persino la street art) tristemente vuota e superficiale.

L’unico coniglio che posso dare, e che dovrei dare anche a me stesso, è quello di non fossilizzarsi e di buttarsi anche in esperienze all’estero, di crearsi contatti (anche se è una frase orrenda!) e conoscere le persone che stimi per il loro lavoro. Fare network è l’unico modo per rimanere creativi e ricevere stimoli di alto livello. La promozione è altrettanto importante: investire sul proprio lavoro, rischiare. Oggi ci sono degli strumenti straordinari per realizzare le proprie idee tramite il crowdfunding (come ad esempio Verkami, che da poco è disponibile anche per l’Italia). Rimanere sempre visibili con materiale di qualità e al passo con la tecnologia è l’unico modo per non venire sommersi!

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