L’arte, due volte donna

Arte, sostantivo femminile: come dimostra, a Parma, la doppia esposizione a firma di due pittrici, Silvana Federici e Nicol Squillaci, aperta al pubblico fino al 12 aprile nella sede di Confartigianato Imprese, che ha voluto inserire la mostra tra le celebrazioni del 70° anniversario della sua fondazione.

Dopo l’inaugurazione dell’1 febbraio scorso, gli oltre 30 quadri delle due artiste sono stati apprezzati, oltre che da quanti fanno parte dell’Associazione, anche da molti visitatori esterni. Questa pittura “doppiamente al femminile” ha riscosso il consenso di appassionati ed esperti, confermando una volta di più che l”altra metà del cielo” può dare un notevole e particolare contributo all’arte contemporanea.

Del valore della pittura “in rosa” è convinto Antonio Giovanni Mellone, giornalista, pittore e curatore della bi-personale, che si è espresso positivamente nei confronti di entrambe le artiste.

«Per cominciare con Van Gogh e continuare con Pollock, come ha fatto Silvana Federici, occorrono cultura, coraggio e passione, ma soprattutto una vita in cui i colori dei tubetti diventano quelli dell’anima», ha commentato il critico, «Com’è stato per il grande olandese e per l’”emozionale” americano: un proto-espressionista (o postimpressionista) il primo, tra i padri dell’espressionismo astratto (o action painting) il secondo. Tra i due c’è Silvana Federici: un esordio giovanile “classico” e una “rivelazione” davanti ai ritmi frenetici della “Convergence”. Non sappiamo se e quale musica mentale guidasse quella sorta di “danza sulla tela” dell’americano Pollock, ma ci è ben nota quella reale che spesso l’italianissima Federici ascolta mentre crea le sue opere su mille altri inusuali supporti. Crediamo alla forza e spesso alla “furia” creativa di una seguace sincera del codice informale, che poi, a ben ragionare, informale – cioè privo di forma – non è mai.  È un dolce inganno ottico: in realtà le opere della Federici vanno lette come fossero le note di uno spartito musicale. Con gli occhi della fantasia e le lusinghe del sogno, ma soprattutto con il famoso “orecchio totale”, quello che consente a certi fortunati mortali di percepire distintamente di una sinfonia le singole parti strumentali. Colgono, cioè, l’ordine delle armonie pur nel caos apparente. Che poi l’interpretazione polisemica che ciascuno può attribuire ai fantasmagorici “segni” (o forse segnali?) di questa colta artista faccia parte del gioco, è cosa naturale e attesa, ma essa non può e non deve eliminare l’impegno richiesto allo spettatore per godere delle sinfonie che Silvana Federici compone per lui».

Silvana Federici - Mosaico

Invece, in merito alle opere dell’altra pittrice in mostra, Mellone ha riferito: «A soli 24 anni si può essere delle belle promesse in Arte, ma anche restare ai blocchi di partenza per sempre. Oppure si riesce a mantenerle, quelle promesse, e leggere il proprio nome nella “hall of fame” dei migliori artisti del terzo millennio. E Nicol Squillaci sembra proprio intenzionata a metterla quella firma. La scuola da cui proviene è quella delle grandi sfide, quell’acquerello ritenuto a ragione la tecnica più difficile e rischiosa tra tutte quelle della pittura: ogni minima sbavatura, ogni titubanza è una condanna a morte per il dipinto. E tanto sicura si muove la mano di questa giovane artista, guidata da una mente allo stesso tempo lucida e sognante, da applicare la stessa perigliosa tecnica dell’acquerello anche sulla tela, dominando da vera padrona trasparenze di velature acriliche ed esplosioni pirotecniche alla Kandinskij, per poi ritornare ad una reinvenzione in chiave “figurativa” del paesaggio e dei fenomeni naturali, animali compresi. Non è un caso che la Squillaci non ami la ritrattistica “canonica” (di cui lei rivoluzionerebbe talmente gli stilemi da farsi odiare dai “fotografisti”). Naturalmente, essendo figlia del suo tempo, Nicol trae forza creativa dai tools tecnici del suo tempo, studiando gli effetti grafici dei software informatici, accettandone i suggerimenti per poi stravolgerli usando i mezzi… della tradizione, tavolozza e pennelli, e dimostrando così come sia possibile – evitando le sciocchezze “totemiche” di un esasperato ed esasperante modernismo di maniera, caro a chi è digiuno di “disegno” – amare contemporaneamente Raffaello e Warhol per “tradirli” entrambi, amando se stessa. E amando e onorando soprattutto l’Arte».


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