La crisi dei media italiani vista da AgCom

Fatturato Pubblicità

Il sistema informativo sta attraversando, da alcuni anni, una fase di passaggio caratterizzata da profondi cambiamenti tecnologici e di mercato che si dispiegano in un contesto di contrazione delle risorse, questa l’introduzione della relazione annuale presentata ieri in Parlamento dall’AGCOM.

Dal 2011 al 2015, il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC) nel suo complesso, ha subito un’importante contrazione economica (-16%), anche se con variazioni differenti da mercato a mercato. L’area radiotelevisiva si conferma il principale segmento del SIC, con un peso che nel 2015 è stato pari al 49,5%, mentre continua a ridursi quello dell’editoria, che subisce complessivamente una contrazione pari al 34% nel periodo considerato. Il settore della pubblicità online vede crescere nel tempo la propria incidenza.

L’analisi del sistema informativo attraverso l’Osservatorio sul giornalismo evidenzia alcune criticità, tra cui si segnalano, in particolare, lo scivolamento della professione giornalistica verso la precarizzazione, nonché l’esistenza di un gender gap e di barriere all’ingresso per le nuove generazioni. Si avverte, inoltre, il dispiegarsi di una dinamica, propria del mercato del lavoro italiano, insider-outsider che vede nell’età, nel genere e nella tipologia contrattuale un fattore discriminante.

La Televisione – In un contesto segnato dal trend di generale contrazione degli ultimi anni, il settore della televisione è quello che ha subito le minori perdite in valori percentuali e che mostra nel 2016 i più evidenti segni di ripresa. Per il 2016, si stima che il valore delle risorse complessive del settore televisivo torni ad attestarsi sopra gli 8 miliardi di euro. La composizione dei ricavi afferenti al mezzo televisivo rispecchia quella tipica del sistema dell’informazione italiano, con la raccolta pubblicitaria che rappresenta la principale fonte di finanziamento (oltre il 40% del totale, pari a circa 3,5 miliardi di euro, riconducibili per il 90% alla Tv in chiaro), seguita dalla vendita di offerte televisive (36% dei ricavi complessivi), che nel 2016 diminuisce la propria incidenza sul totale di quasi 2 punti percentuali, in favore dei fondi pubblici (ossia, il canone per il servizio pubblico televisivo, le convenzioni con soggetti pubblici e le provvidenze pubbliche erogate alle emittenti). Questi ultimi costituiscono un’ulteriore e rilevante fonte di introiti per il settore (pesando sul totale per il 23%).

All’interno del settore televisivo, all’esito di una complessa analisi l’Autorità ha confermato la separazione merceologica tra il mercato dei servizi di media audiovisivi in chiaro e quello dei servizi di media audiovisivi a pagamento, in virtù delle ancora marcate differenze tra le due categorie di prodotti, che rendono gli stessi non sostituibili sia dal lato della domanda che dell’offerta.

Nel mercato della televisione in chiaro si rileva il permanere di un livello di concentrazione elevato: oltre l’80% dei ricavi totali della televisione in chiaro è stabilmente detenuto dai gruppi RAI e Fininvest/Mediaset, con il primo che raggiunge una quota (in crescita) pari a circa la metà del totale, e il secondo che possiede una quota (in riduzione) stimata attorno a un terzo.

Il grado di concentrazione del mercato della Tv a pagamento è tipicamente molto elevato, anche in considerazione della relativa struttura che risente dell’entità dei costi sostenuti per la produzione e l’acquisizione dei contenuti premium. Il gruppo 21st Century Fox/Sky Italia, che propone offerte a pagamento fruibili attraverso la piattaforma satellitare e online, si conferma di gran lunga il primo operatore (77%), mentre il gruppo Fininvest/Mediaset, che offre contenuti a pagamento sulla piattaforma digitale terrestre e sul web, occupa la seconda posizione (21%).

Sotto il profilo degli ascolti, considerando sia la Tv in chiaro sia la Tv a pagamento, l’andamento registrato dal 1990 al 2016 rivela da un lato una contrazione delle audience delle TV generaliste e una crescita degli altri operatori, con offerte prevalentemente tematiche o semi-generaliste, dall’altro come RAI e Mediaset raggiungano da sempre quote ampiamente superiori a qualsiasi altro operatore del settore.

La Radio rappresenta, dopo la televisione, il secondo mezzo in termini di accesso e sul versante dell’offerta il mercato radiofonico italiano è sempre stato caratterizzato da un’elevata frammentazione, con operatori aventi diversa copertura geografica, che spazia dagli ambiti iperlocali e locali fino a tutto il territorio nazionale.

I recenti processi di concentrazione hanno determinato una modifica degli assetti del mercato a livello nazionale. L’operazione di consolidamento attuata dal gruppo Fininvest nel 2016 che ha acquisito attraverso R.T.I. – Reti Televisive Italiane, il controllo esclusivo del gruppo Finelco (ad eccezione di RMC), ha determinato un aumento del grado di concentrazione del settore, come indicato dall’incremento dell’indice di Herfindahl-Hirschmann (HHI), che passa da 989 a 1.083, pur rimanendo, comunque, al di sotto della soglia dei 2.500 punti.

Sotto il profilo economico, nel 2016, le fonti di finanziamento della radio, pari complessivamente a 639 milioni di euro, mostrano un incremento del 3% rispetto al 2015.

Stampa in crisi strutturale – La stampa è il settore che evidenzia i segnali di maggiore sofferenza. I quotidiani continuano a mostrare il declino strutturale. I ricavi complessivi subiscono una contrazione pari al 6,6%, con una riduzione maggiore dei ricavi pubblicitari (-7,7%) rispetto a quelli derivanti da vendita di copie, inclusi i collaterali (-6%), ipotizzando invariati i contributi e le provvidenze. Si assiste allo strutturale decremento delle copie cartacee, la cui dinamica è da anni caratterizzata da un inarrestabile declino pari al 43% nel quinquennio 2011-2016.

Si evidenziano le difficoltà degli editori a valorizzare il prodotto tradizionale nel mondo digitale: le copie digitali, che costituiscono circa il 12% del totale delle copie vendute, rappresentano invece solo il 6% dei ricavi da vendita di copie, dal momento che il rapporto tra ricavo medio unitario per copia digitale e cartacea risulta ancora molto basso. Anche il settore della stampa quotidiana e periodica è stato interessato da importanti processi di consolidamento, tra i quali si segnalano l’acquisizione, da parte della Cairo Communication, del controllo di RCS Mediagroup, e l’integrazione nel Gruppo Editoriale L’Espresso di Itedi, società editrice de La Stampa e, dallo scorso anno, anche del Secolo XIX e dell’Avvisatore Marittimo.

Internet e la pubblicità online – La tendenza connessa al crescente accesso e uso da parte dell’utenza di device mobili e delle relative applicazioni finalizzate a incrementare le funzionalità dei propri apparecchi ha prodotto conseguenze nel versante pubblicitario e, in particolare, nelle tecnologie e caratteristiche sottostanti alle modalità di vendita delle inserzioni attraverso le app fruite da device mobili. La ripartizione degli investimenti in pubblicità online per device a livello mondiale negli ultimi cinque anni indica una crescita della spesa riferibile agli apparecchi mobili, rispetto alla pubblicità veicolata attraverso desktop, che è passata dal 25% nel 2014 al 42% nel dato previsionale per il 2016.

I ricavi derivanti dalla raccolta pubblicitaria online complessivamente realizzati (includendo anche la raccolta di pubblicità diffusa attraverso i siti degli editori dei media tradizionali) si attestano su un valore stimato pari a 1,9 miliardi di euro. L’analisi degli assetti nazionali del settore della raccolta di pubblicità online evidenzia la stabile presenza di importanti player internazionali che gestiscono diverse piattaforme di intermediazione pubblicitaria e sono verticalmente integrati su tutta ovvero in alcuni segmenti della filiera di Internet, quali Google e Facebook che, congiuntamente, detengono ben oltre il 50% dei ricavi netti da pubblicità online, ossia del valore calcolato al netto della quota retrocessa ai proprietari dei siti web/applicazioni.