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Il reattore nucleare segreto di Kodak

Un piccolo impianto atomico nascosto sotto la “fabbrica delle immagini” Continua a leggere Il reattore nucleare segreto di Kodak

Un reattore nucleare nascosto nel seminterrato della più celebre azienda di pellicole fotografiche? Può sembrare la trama di un film di spionaggio, e invece è tutto vero. Per oltre trent’anni, dal 1974 al 2007, Eastman Kodak – il colosso della fotografia analogica – ha ospitato in gran segreto un mini-reattore nucleare sotto il proprio quartier generale al Kodak Park di Rochester, New York. La maggior parte dei dipendenti non ne ha mai saputo nulla, e persino le autorità locali e statali ignoravano del tutto la sua esistenza.

Nascosto nel bunker di Kodak Park

Il “cuore atomico” di Kodak era custodito in una stanza segreta nel seminterrato dell’edificio 82, protetta da mura di cemento spesse circa 60 centimetri. All’interno di questo bunker, grande all’incirca quanto un grosso frigorifero, un’insospettabile macchina svolgeva il suo lavoro scientifico. Solo un ristretto gruppo di scienziati e dirigenti ne era a conoscenza e pochissimi addetti avevano il permesso di accedervi. Il reattore era troppo piccolo per essere paragonato a una centrale nucleare e, secondo gli esperti, non presentava rischi di esplosione o di fuga radioattiva. Ciononostante, la presenza di circa 1,5 chilogrammi di uranio arricchito nel dispositivo – materiale praticamente di qualità militare – fece sì che quella stanza blindata fosse sorvegliata con la massima attenzione.

Il **californium neutron flux multiplier** della Eastman Kodak Co., noto come **CFX**, acquisito nel 1974, in una fotografia rinvenuta tra i documenti della **Nuclear Regulatory Commission**.

Il californium neutron flux multiplier della Eastman Kodak Co., noto come CFX, acquisito nel 1974, in una fotografia rinvenuta tra i documenti della Nuclear Regulatory Commission.

Il dispositivo CFX: l’atomo al servizio dell’immagine

Ma di che tipo di reattore si trattava esattamente? Kodak utilizzava un raro apparecchio nucleare noto come Californium Neutron Flux Multiplier (CFX). In parole semplici, era un generatore di neutroni per scopi di ricerca: al centro c’era una piccolissima fonte di californio-252 (un elemento radioattivo) che, decadendo, emetteva neutroni; questi andavano a colpire delle piastre di uranio altamente arricchito (arricchito al ~93% in U-235, un livello da armamenti nucleari) disposte intorno, le quali a loro volta rilasciavano altri neutroni in cascata. Il risultato era un intenso flusso di neutroni da sfruttare in vari esperimenti, senza che il dispositivo raggiungesse mai una reazione a catena autoalimentata (era subcritico). In pratica Kodak disponeva di una sorgente neutronica potentissima in casa propria – una delle sole due unità CFX mai costruite al mondo (l’altra apparteneva al Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti).

Fotografia e neutroni: perché Kodak aveva un reattore?

Viene spontaneo chiedersi perché un’azienda di pellicole fotografiche avesse bisogno di una simile attrezzatura degna di un centro di ricerca nucleare. I dirigenti Kodak dell’epoca assicurarono che lo scopo era puramente pratico e non “sinistro”: quel reattore serviva a controllare la purezza dei materiali usati nei processi fotografici e a condurre test avanzati di radiografia neutronica – una tecnica d’imaging simile ai raggi X, ma con neutroni al posto dei fotoni. Grazie ai neutroni, gli scienziati Kodak potevano individuare tracce minime di impurità chimiche nei lotti di emulsioni e reagenti, garantendo la massima qualità delle pellicole. Inoltre, la radiografia neutronica permetteva di “vedere attraverso” certi materiali con contrasto diverso rispetto ai raggi X, aprendo opportunità di ricerca su immagini e materiali difficili da analizzare con metodi convenzionali. Non c’era dunque nessuna ambizione energetica o bellica: il reattore non generava energia elettrica, ma era un sofisticato strumento analitico al servizio della chimica e della fotografia.

Segreti industriali e ipotesi da Guerra Fredda

Kodak, da parte sua, non pubblicizzò mai l’esistenza del reattore – pur sostenendo di non averla nemmeno volutamente occultata. Di fatto, la presenza di uranio arricchito in pieno centro abitato era tenuta sotto stretto riserbo: né il Comune di Rochester, né la polizia o i vigili del fuoco locali, né lo stesso Stato di New York furono informati di quel piccolo impianto nucleare sotto Kodak Park. Solo gli ispettori federali e pochissimi addetti ai lavori sapevano del progetto, e dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 il governo federale impose a Kodak il silenzio assoluto per ragioni di sicurezza. “È una situazione davvero insolita, perché le aziende private semplicemente non possiedono questo genere di materiale”, commentò stupito Miles Pomper, esperto del Centre for Nonproliferation Studies, quando la notizia emerse anni dopo. D’altra parte, era noto che Kodak collaborava talvolta con il governo in ambito scientifico: non manca chi ha ipotizzato che quel reattore potesse essere legato anche a ricerche segrete in piena Guerra Fredda, magari programmi di imaging per scopi militari o spaziali, benché su questo non vi siano conferme ufficiali.

Dallo smantellamento alla rivelazione finale

All’inizio degli anni 2000, con l’industria fotografica in piena trasformazione digitale, Kodak decise di smantellare il suo reattore. Nel 2006 fu pianificata la chiusura e l’anno seguente l’intero apparato venne decommissionato sotto la supervisione delle autorità federali competenti. Le piastre di uranio arricchito furono prelevate con tutte le precauzioni, sigillate in speciali contenitori schermati e infine trasportate in un sito sicuro fuori dallo stato (in California) nel novembre 2007. Secondo l’azienda, la decisione di fare a meno di quella insolita attrezzatura fu motivata dal fatto che ormai esistevano metodi più economici e semplici per svolgere gli stessi test, e non da preoccupazioni di sicurezza. Solo qualche anno più tardi, nel 2012, l’esistenza del reattore segreto divenne di dominio pubblico grazie a un articolo del quotidiano locale Democrat and Chronicle, lasciando di stucco la comunità di Rochester e il mondo della fotografia analogica: chi avrebbe mai immaginato che nei sotterranei di Kodak, simbolo della pellicola e dei “momenti Kodak”, si celasse per davvero un pezzo di era atomica?

L’icona della fotografia che custodì l’atomo

La vicenda del reattore nascosto di Kodak continua a suscitare stupore e curiosità. Pensare che un’icona della cultura visiva del ’900 – un marchio legato ai ricordi di famiglia, ai rullini e alle diapositive – abbia avuto in casa propria un impianto nucleare degno dell’immaginario della Guerra Fredda è quasi incredibile. Eppure questa storia dimostra come anche nel mondo della fotografia potessero intrecciarsi scienza e segreti degni di un romanzo: la luce e l’atomo, la pellicola e il bunker, insieme sotto lo stesso tetto. Un capitolo poco noto che aggiunge un’aura di mistero alla leggenda di Kodak, ricordandoci che la realtà a volte supera le fantasie più audaci.

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Ci sono storie che ti restano appiccicate addosso.
Questa, per me, è una di quelle.

Lessi per la prima volta della faccenda del reattore nucleare nascosto sotto gli uffici della Kodak almeno dodici anni fa, quando un giornale americano ne scrisse. Da allora, quell’articolo è rimasto lì, silenzioso, nei miei preferiti del browser. Ogni tanto lo aprivo, lo rileggevo, e mi dicevo: prima o poi ci scrivo qualcosa.

Beh, il prima o poi è diventato oggi.
Scusate il decennio di ritardo.

Spiegamelo in breve

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