Il rinascimento della stampa

Il rinascimento italiano si fa fautore della rivalutazione dei modelli classici, ritrovando il valore delle figure geometriche in tutti i campi dell’arte, dalla stampa alla pittura, dalla scultura all’architettura.
Più di ogni altro protagonista di questa rivoluzione fu Fra Luca Bartolomeo de Pacioli (1445 – 1517) religioso e matematico italiano. Entrato nell’Ordine francescano nel 1470, insegnante di matematica e viaggiatore, nel 1497 accettò l’invito di Ludovico il Moro a lavorare a Milano, dove collaborò con Leonardo da Vinci.
Nel 1509 scrisse una traduzione latina del trattato sulla geometria d’Euclide e pubblicò un testo che aveva già concepito alla corte di Ludovico il Moro, il De Divina Proporzione, mostrando più d’ogni altro il ritorno alle proporzioni classiche, disegnando un alfabeto che si distaccò dai caratteri derivanti dalla scrittura manuale.
Un alfabeto imponente, costruito con calcoli matematici, sul quadrato e con rigorosa geometria delle forme.

Mentre la tipografia italiana continuava la sua incessante produzione d’opere, in Francia, è dato sapersi che solo nel 1470 fa la sua comparsa la stampa in questo paese. La prima pubblicazione interamente in lingua d’oltralpe fu realizzata ad opera di Pasquier Bonhomme solo nel 1476 (Cronique de France).
L’intero periodo rinascimentale francese fu caratterizzato dalla produzione di opere di altissimo valore qualitativo, tanto da rendere successivamente il XVI secolo, il secolo d’oro della tipografia francese.
Successivamente il maggiore sviluppo della tipografia si ha nella Francia grazie alla famiglia di stampatori parigini degli Estienne.
Nel vasto panorama della stampa francese, un personaggio di assoluto rilievo è occupato da Claude Garamond, il primo che si dedicò al disegno dei caratteri separatamente dalla composizione grafica.
Egli stesso fornì alla famiglia Estienne i caratteri romani, ancor oggi largamente utilizzati, caratteri che influenzarono la produzione tipografica francese alla fine del XVIII secolo.

Nell’Inghilterra settecentesca la tipografia inglese fece prevalentemente uso di caratteri incisi in Olanda. Dovuta a William Caslon è la nascita di caratteri inglesi, rispecchianti il nuovo gusto calligrafico.
Altro protagonista del carattere inglese fu, John Barskerville, maestro calligrafo e artigiano laccatore, dal 1751 si dedicò completamente all’arte tipografica.
Ritenendo che caratteri, carta e inchiostro formino un insieme organico, si occupò personalmente della produzione della carta e dell’inchiostro, e anche della stampa, raggiungendo risultati di elevata qualità. Le stampe di Baskerville, chiare e senza la profusione di frontespizi incisi, capilettera e decorazioni floreali tipica dell’epoca, furono apprezzate in tutta Europa.

Altresì il settecento francese fu dominato nell’arte tipografica da due grandi famiglie tipografe: i Fournier ed i Didot.
Per qualità produttiva, per l’alto pregio della carta e per l’accuratezza delle edizioni prodotte, le opere di queste due famiglie non possono essere paragonate ad altre produzioni.
La grande tradizione della tipografia francese fu continuata dall’intera dinastia dei Didot; il capostipite, François Didot nacque a Parigi nel 1699, libraio e poi stampatore, ricoprì cariche importanti nella corporazione dei librai.

Suo figlio François-Ambroise inventò un sistema di misurazione dei caratteri mediante il punto tipografico Didot, che fu poi adottato in tutta Europa. La misurazione dei caratteri, fino ad allora a discrezione dell’incisore, a partire dal 1770, venne regolata secondo un’unità di misura precisa, basata su un’antica unità francese, per cui ogni punto corrisponde a 0,375 mm.

Oltre a questo François-Ambroise perfezionò il torchio, inventandone uno che aveva bisogno di una sola pressione e introdusse in Francia la fabbricazione della carta velina.
Il figlio di François-Ambroise, Firmin, incise caratteri per alcune edizioni, delle quali sono famose Dauphin e Monsieur.
Una delle invenzioni più importanti avvenne nel 1795. Firmin Didot si trovò ad affrontare la produzione di un libro piuttosto complicato per l’epoca: una Tavola dei logaritmi di Callet. I numeri incolonnati e allineati ponevano problemi a una stampa a caratteri mobili, ma il problema fu risolto grazie alla nuova invenzione della stereotipia.

La pagina composta, era impressa su un materiale plastico, ottenendo un negativo sul quale era colata la lega di piombo che produceva una lastra rigida, che stampando permetteva di ricavare i numeri allineati in maniera perfetta.

Per quanto riguarda i caratteri, Firmin incise misure diverse dei caratteri inventati dal padre, i Didot, e ne creò il corsivo.
Oltre ai Didot altri importanti editori operarono in Francia, il nome di maggior spicco è quello di Denis Diderot, nel 1745 tradusse la Cyclopaedia dell’inglese Chambers, che grazie alla collaborazione di Baptiste D’Alambert ne fece un’opera originale cui diede il titolo di: Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri.

Sin dalla nascita della stampa l’Italia ebbe condizioni storiche molto favorevoli, detenendo il primato Europeo in fatto di quantità e qualità delle produzioni. Ma col sopraggiungere della decadenza rinascimentale il seicento ed il settecento non ebbero episodi rilevanti se non grazie all’ingegno di un tipografo piemontese, Giovanni Battista Bodoni.
Bodoni nasce a Saluzzo in provincia di Cuneo nel 1740 da una famiglia di stampatori: il nonno Giandomenico aveva sposato la figlia di un tipografo ereditandone la tipografia; il padre Francesco Agostino anch’esso tipografo.
Nel 1758 Giovanni Bodoni si trasferisce a Roma, dove lavorò nella Stamperia della Congregazione di Propaganda Fide, nata sotto Gregorio XV con il fine di diffondere la fede cattolica.
La formazione romana di Bodoni risente del clima di quel tempo e dell’influenza di alcuni personaggi, quali il cardinale Spinelli, responsabile della congregazione.
La stamperia è ricca di numerose serie di caratteri, in particolare quelli orientali. Grazie a questo e alle lezioni di padre Giorgi, Bodoni si interessa alle lingue orientali, ricevendo lezioni di ebraico.
La sua passione per la produzione dei tipi e per le lingue orientali lo rendono la persona più adatta ad occuparsi della composizione del volume di padre Giorgi: Alphabetum Tibetanum (1759) e nel 1761 di un Pontificale copto-arabo.

Il 1768 fu un anno importante per Bodoni, che fu chiamato dal duca Ferdinando a dirigere la Stamperia Reale di Parma, dove finalmente dimostrò appieno il proprio talento.
Inizialmente Bodoni ordino in Francia sei tipi di caratteri Fournier, riuscendo poi ad impiantare una fonderia a Parma, chiamando a dirigerla uno dei suoi fratelli, Giuseppe.
La prima opera di grande successo composta con caratteri da lui incisi e fusi sono gli Epithalamia exositicis linguis reddatta del 1775, in venticinque lingue esotiche, preceduta, fra gli altri, anche da un manuale tipografico, Fregi e majuscole incise e fuse da Giambattista Bodoni del 1771.
Il lascito di Bodoni è nel Manuale tipografico, pubblicato in varie edizioni: la prima è del 1788, l’ultima postuma, venne pubblicata dalla vedova nel 1818, dopo la morte del marito avvenuta nel 1813.

Nel Manuale si possono ammirare centinaia di caratteri diversi e l’arte compositiva del tipografo.
Il carattere Bodoni nonostante i rapporti di costruzione lo tendano ad uno slancio verso l’alto, mantiene tuttavia la rotondità tipica del romano, espressione fedele del neoclassico.