Freelance italiani: felici di farlo, malpagati e senza welfare

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Grazie al progetto europeo i-Wire a cui l’associazione ACTA ha partecipato coordinando la prima indagine empirica europea sui freelance, coinvolgendo 8 paesi dell’unione, abbiamo la fotografia dei freelance in Italia che, visti i dati raccolti, ne evidenzia alcuni aspetti molto positivi.

I lavoratori autonomi del bel Paese sono altamente scolarizzati e la maggior parte ha scelto di essere freelance; tra le luci si nascondono però anche molte ombre e criticità, legate soprattutto al reddito e all’insicurezza. Emerge il problema dei bassi compensi e dell’inadeguatezza del welfare.

La ricerca era diretta a tutti coloro che lavorano come autonomi nell’area delle professioni e dell’arte, ma di fatto, a causa di un processo di autoselezione dei rispondenti, ha riguardato i professionisti non organizzati in ordini e i giornalisti, ovvero coloro che corrispondono grosso modo ai lavoratori autonomi di seconda generazione, che svolgono professioni cognitive e creative fortemente influenzate dalle nuove tecnologie.

La grande maggioranza del mondo del lavoro autonomo è fatto di persone che hanno scelto di essere freelance e vogliono continuare ad essere freelance – di contro le “finte partite iva” sono stimate tra il 10 e il 14%. In una scala da 1 a 10 solo l’11,5% giudica il proprio livello di autonomia inferiore a 6. Interessante rilevare che “i finti autonomi” si ritrovano più frequentemente che altrove nei settori subcontractor per la P.A.

Gli autonomi hanno fatto quindi una scelta, per essere indipendenti, per dare spazio alla propria creatività e per poter avere maggiore controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita; questa spinta all’autonomia è confermata non solo per il gruppo minoritario di freelance che lavora con continuità e redditi dignitosi, ma anche dalla maggioranza di chi ha redditi bassi e lavori discontinui.

Emerge dall’indagine un nuovo tipo di freelance: essere autonomo è quindi soddisfacente, almeno lo è per la maggioranza degli intervistati che riportano i principali motivi di soddisfazione connessi all’indipendenza e alla possibilità di lavorare, quando e dove si vuole. Una soddisfazione legata alla possibilità di mantenere appieno la propria autonomia di decisione e capacità creativa. La soddisfazione è invece decisamente bassa rispetto al reddito, alla sicurezza e continuità del lavoro, al carico di lavoro e alle possibilità di carriera.

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Come riporta ACTA, l’80% degli intervistati fa più lavori e non si definisce con una sola professione ma con più professioni separate da /: sono i cosiddetti slash worker. Ciò è in parte spiegato dalla continua evoluzione e dalla forte connessione tra molte professioni e quindi dalla difficoltà di individuare dei confini, ma anche dalla necessità di adattamento in un mercato in crisi che spinge ad accettare tutte le proposte che si presentano, oltre che, più banalmente, dal fatto che spesso un lavoro non basta a mantenersi.

Non sono infatti rare le situazioni in cui accanto all’attività professionale si svolgono attività completamente slegate da essa, che nascono da altre passioni e competenze. Questo può creare un rischio sistemico: perdita di specializzazione, deterioramento delle competenze e abbassamento ulteriore della qualità in un contesto di competizione al ribasso. Una spirale perversa da cui non sembra facile uscire se il mercato non è disposto a pagare la qualità. Circa il 60% dei freelance viene da una precedente esperienza da dipendente e il 15% ha rapporti da dipendente in parallelo all’attività autonoma, restituendo un’immagine di un mercato sempre più fluido.

Ovviamente non è un mondo perfetto, esistono numerosi problemi e quello principale è quello legato al carico contributivo e fiscale. La pressione fiscale sul lavoro autonomo in Italia è effettivamente molto alta ed aggravata dal fatto che chi lavora in autonomia ha piena consapevolezza di quanto versa per contributi e tasse – un peso indicato anche da chi opera in regimi di vantaggio fiscale.

Il carico fiscale pesa quindi tanto, ma pesa su redditi relativamente molto bassi e discontinui, i 3/4 dei freelance italiani ha un reddito non superiore ai € 30.000 annui lordi e ben il 23,4% ha un reddito lordo non superiore ai 10.000 euro l’anno.

Non sorprende nemmeno che il reddito sia più basso per i più giovani e per le donne. Alla base dei bassi redditi ci sono due cause principali rilevate. La prima è la scarsa continuità del lavoro: chi ha un reddito non superiore a 10.000 euro raramente lavora tutto l’anno e viceversa chi ha redditi più elevati in genere lavora con continuità; in secondo luogo i bassi compensi. Tra chi ha un reddito basso, la maggioranza ha indicato i bassi compensi come un problema frequente o costante.

I freelance italiani pensano inoltre di non essere tutelati sul fronte Welfare, meno del 10% degli intervistati ritiene di sentirsi protetto in vista della pensione, in caso di malattia, maternità e infortunio. Con riferimento alla disoccupazione la tutela è pressoché inesistente; e solo circa il 20% paga assicurazioni volontarie per malattia e infortuni e versa contributi per una pensione integrativa. L’uso di più modalità lavorative in contemporanea crea una dispersione dei versamenti che può impedire il raggiungimento dei minimi necessari ad accedere alle tutele, mentre nel passaggio da una condizione da lavoro dipendente ad una autonoma si crea un’area di non copertura perché non opera più la tutela del lavoro dipendente (legata alla condizione lavorativa attuale), ma non opera ancora la tutela del lavoro autonomo (legata al pregresso contributivo).

In conclusione, la fotografia fornita da ACTA ci rappresenta un freelance italiano con elevate competenze, più che disponibile alla flessibilità che chiede il mercato, ma totalmente esposto alle sue oscillazioni, senza un welfare che lo possa proteggere nei momenti di difficoltà e che riceve compensi molto bassi. Per sopravvivere il freelance italiano deve adattarsi e fare più lavori, anche a rischio di perdere specializzazione e competenza.

“Il sistema di welfare è totalmente inadeguato a sostenere i freelance, che rappresentano la tipologia lavorativa più dinamica nel periodo iniziato con la grande crisi (come mostrano le elaborazioni Acta su dati ISTAT). Occorre un ripensamento che vada nella direzione dell’unificazione e della semplificazione degli attuali sistemi e dell’adozione di sistemi di diritti legati al lavoratore e non al contratto di lavoro” conclude ACTA.