Che mestiere facciamo davvero?

Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual’è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità.

Alessandro Bonaccorsi su Tiragraffi, ha di recente “scritto un’analisi lucidissima”:http://www.tiragraffi.it/arti-e-mestieri/design/2013/04/mia-nonna-non-ha-mai-capito-che-mestiere-facessi-remix/ della percezione che la gente comune ha riguardo il nostro mestiere. Citando Leonardo Sonnoli, afferma: _Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual’è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità. E come riuscire a far capire la differenza che c’è tra il grafico Massimo Vignelli, il grafico Igor che lavora con me e il grafico della copisteria sotto casa che fa le fotocopie a colori. Sempre grafici sono. Come fare a spiegare che se tutti cucinano pochi sono gli chef?_

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Il problema è quindi etimologico, culturale e – mi permetto di aggiungere – personale.

*Etimologico, perché mancano le parole per descriverci.* Grafico, disegnatore, artista: sono termini che ad un orecchio comune si compenetrano a vicenda. Si parla di grafica e si pensa a stampe ed incisioni d’arte. Si parla di design (che non vuol dire nulla più che “progetto”) e vengono in mente le sedie trasparenti, i lavori di Giugiaro o le macchine di Pininfarina.

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*Culturale: perché nei secoli l’Italia è sempre stata degna del suo Made in Italy nel design di prodotto o nella moda, è vero:* ma dimentica facilmente grandi personaggi nella storia del graphic design o della tipografia, da Manuzio a Bodoni, da Novarese a Vignelli.

Faccio il grafico, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità

*E infine, personale. Perché quando chiedono a me “Ma tu che mestiere fai?”, la risposta non è mai immediata nemmeno per noi stessi.* Non dico grafico, perché al mio orgoglio di professionista suona come mero esecutivista (con tutto il rispetto, ovviamente). D’altra parte non sono nemmeno un art director, ammesso che la gente capisca cosa vuol dire. Di solito preferisco definirmi graphic designer, ma il più delle volte ottengo sguardi interrogativi in risposta.

Devo dunque spiegare ciò che sono con ciò che faccio. Che se da un punto di vista può essere conveniente, dall’altro è drammaticamente svilente perché non è vero che faccio solo loghi, brochure e campagne – occuparsi di comunicazione è molto, molto di più.

Devo dunque spiegare ciò che sono con ciò che faccio

*Forse il gap, come giustamente segnalato da Alessandro, è anche e soprattutto a livello scolastico.* Tutti studiano Michelangelo, tutti sentono nominare Pininfarina, ma nessuno parla mai di Bodoni o Vignelli – nonostante siano vere eccellenze italiane grazie alle quali esistono proprio i libri sui quali gli studenti imparano.

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