Huffington Post all'Italiana
Il modello dell’Huffington Post che sbarcherà in Italia da settembre, diretto da Lucia Annunziata, non è sostenibile concettualmente. Figuriamoci in Italia.
Condividiamo il pensiero di un blogger che fa il sunto del Post all’Italiana.
Gruppo Espresso e Huffington Post Media Group lo scorso gennaio resero noto l’accordo per la costituzione di una joint venture per il lancio de L’Huffington Post Italia, edizione italiana di The Huffington Post, uno dei più importanti siti web americani di informazione.
Ieri invece veniva investita della direzione Lucia Annunziata, sì quella di in 1/2 ora, presidente Rai e giornalista di lungo corso.

Il modello dell’Huffington Post si basa sulla creazione di contenuti affidata ad un gruppo composto da più di 20.000 bloggers – politici, celebrità, accademici, opinionisti – che intervengono in tempo reale su molte notizie della giornata. Questa testata nel tempo è stata autrice di molti scoop, tanto che le è valso perfino il premio Pulitzer, tuttavia il modello creato da Arianna Huffington opera sulle professionalita delle persone senza pagarle; la maggior parte dei “contributors” infatti lavora gratuitamente in cambio di “fama”.
Il blog ilNichilista, si è giustamente domandato – come ho fatto io – come questo modello possa funzionare anche nel bel Paese.
Di oggi appunto questa presa di posizione, che condivido pienamente:
Trovo che in Italia non ci sia bisogno, per blogger e precari del giornalismo, di inseguire il modello Huffington Post. E non è questione che a dirigerlo ci sia Lucia Annunziata. Il punto è che è un modello che non funziona
Pensare che la visibilità sia moneta può avere senso se si scrive per un pubblico vasto come quello dei cittadini digitali che leggono in lingua inglese. Ma se si parla ai soli italiani, le possibilità che quella visibilità si traduca in valore si riducono sostanzialmente.
Andando più in profondità, poi, si potrebbe contestare che sia accettabile anche solo l’equazione di visibilità e moneta. Il contenuto è moneta. Se i contenuti sono buoni, prima o poi si traducono in visibilità. E se quella visibilità è basata sui contenuti, è più probabile che qualcuno che considera il denaro moneta – o più prosaicamente, remunera il lavoro – si accorga che vale la pena tradurla in un salario, o in un compenso: perché produce valore anche per lui.
Ma il problema, nella sua essenza, è che remunerare il lavoro con la visibilità è una sconfitta civile, prima che economica, per una società. E’ un segno che l’asticella del rispetto si è abbassata di una tacca di troppo. E sarebbe il caso che blogger e precari del giornalismo se ne accorgano.
Fonte: ilNichilista





